LA VOCE DEI PAPI

Papa Giovanni Paolo II

Lettera autografa di ringraziamento per Esercizi Spirituali

Papa Benedetto XVI

Discorso nel 5° anniversario della morte

Papa Francesco

Esortazione Apostolica

Lettera autografa del Santo Padre Giovanni Paolo II

A MONSIGNOR FRANÇOIS XAVIER

NGUYEN VAN THUAN

Presidente del Pontificio Consiglio

della Giustizia e della Pace

Al termine degli esercizi spirituali ai quali ho avuto la gioia di partecipare con i miei più vicini collaboratori della Curia Romana, durante questa prima settimana della Quaresima, indirizzo a Lei, caro Fratello nell’episcopato, i miei più cordiali ringraziamenti per la testimonianza di fede ardente nel Signore che Lei ha espresso vigorosamente attraverso le Sue meditazioni sul tema così attuale per la vita della Chiesa: «Testimoni della speranza».

Ho desiderato che nel corso del grande Giubileo si desse un posto particolare alla testimonianza di persone che «hanno sofferto per la loro fede pagando col sangue la loro adesione a Cristo e alla Chiesa o affrontando con coraggio interminabili anni di prigionia e di privazioni d’ogni genere» (Incarnationis mysterium, n. 13). E una tale testimonianza che Lei ha condiviso con noi con calore ed emozione, mostrando che, in tutta la vita dell’uomo, l’amore misericordioso di Dio, che trascende ogni logica umana, è senza misura, specialmente nei momenti di più grande angustia.  Lei ci ha così associati a tutti quelli che, in diverse parti del mondo, continuano a pagare un pesante tributo in nome della loro fede in Cristo.

Basandosi sulla Scrittura e sull’insegnamento dei Padri della Chiesa, come anche sulla Sua esperienza personale, in particolare del periodo passato in prigione per Cristo e la sua  Chiesa, Lei ha messo in luce la potenza della Parola di Dio che, per i discepoli del Cristo, è «saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale» (Dei Verbum, n. 21).

Attraverso la Sua parola fraterna e stimolante, Lei ci ha condotto sulle vie della speranza che Cristo ci ha aperto, rinnovando la nostra umanità per farci creature nuove e chiamandoci ad un perpetuo rinnovamento personale ed ecclesiale. Possa il Verbo Incarnato donare a quanti ancora oggi soffrono perché Cristo sia conosciuto ed amato, la forza ed il coraggio di annunciare in tutte le circostanze la verità dell’amore cristiano!

Caro Fratello nell’episcopato, affido all’intercessione materna della Vergine Maria, Madre della spe­ranza, la Sua persona come anche il Suo ministero attraverso il quale Lei contribuisce in maniera specifica, a nome della Chiesa, all’instaurarsi della giustizia e della pace fra gli uomini. Che Lei Le ottenga l’abbondanza delle grazie di suo Figlio, il Verbo Incarnato!

Di tutto cuore, Le imparto una affettuosa benedizione apostolica che estendo volentieri a tutte le per­sone che Le sono care.

Vaticano, 18 marzo 2000

JOANNES PAULUS II

CAPPELLA PAPALE PER LE ESEQUIE

DEL CARDINALE FRANÇOIS-XAVIER NGUYÊN VAN THUÂ

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Venerdì, 20 settembre 2002

1. “La loro speranza è piena di immortalità” (Sap 3,4).

Queste consolanti parole del Libro della Sapienza ci invitano ad elevare, nella luce della speranza, la nostra preghiera di suffragio per l’anima eletta del compianto Cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuân, che ha posto l’intera sua vita proprio sotto il segno della speranza.

Certo, la sua scomparsa addolora quanti lo hanno conosciuto ed amato: i suoi familiari, in particolare la sua mamma, a cui rinnovo l’espressione della mia affettuosa vicinanza. Penso poi alla diletta Chiesa in Viêt Nâm, che lo ha generato alla fede; e penso anche all’intero popolo vietnamita, che il venerato Cardinale ha espressamente ricordato nel testamento spirituale, affermando di averlo sempre amato. Rimpiange il Cardinale Van Thuân la Santa Sede, al cui servizio egli ha speso i suoi ultimi anni, quale Vice Presidente e quindi Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.

A tutti, anche in questo momento, egli sembra rivolgere con suadente affetto l’invito alla speranza. Quando, nell’anno 2000, gli domandai di dettare le meditazioni per gli Esercizi Spirituali alla Curia Romana, egli scelse come tema: “Testimoni della speranza”. Ora che il Signore l’ha saggiato “come oro nel crogiuolo” e l’ha gradito “come un olocausto”, possiamo veramente dire che “la sua speranza era piena di immortalità” (cfr Sap 3,4.6). Era piena, cioè, di Cristo, vita e risurrezione di quanti confidano in Lui.

2. Spera in Dio! Con quest’invito a confidare nel Signore il caro Porporato aveva iniziato le meditazioni degli Esercizi Spirituali. Le sue esortazioni mi sono rimaste impresse nella memoria per la profondità delle riflessioni, arricchite di continui ricordi personali, in gran parte relativi ai tredici anni passati in carcere. Raccontava che proprio in prigione aveva compreso che il fondamento della vita cristiana è “scegliere Dio solo”, totalmente abbandonandosi nelle sue mani paterne.

Siamo chiamati, aggiungeva alla luce dell’esperienza personale, ad annunciare a tutti il “Vangelo della speranza”; e precisava: solo con la radicalità del sacrificio si può portare a compimento questa vocazione, pur in mezzo alle prove più dure. “Valorizzare ogni dolore – egli diceva - come uno degli innumerevoli volti di Gesù Crocifisso e unirlo al suo significa entrare nella sua stessa dinamica di dolore-amore; significa partecipare della sua luce, della sua forza, della sua pace; significa ritrovare in noi una nuova e più piena presenza di Dio” (Testimoni della Speranza, Roma 2001, p. 124).

3. Ci si potrebbe domandare da dove egli traesse la pazienza e il coraggio che lo hanno sempre contraddistinto. Confidava, in proposito, che la sua vocazione sacerdotale era legata in modo misterioso ma reale al sangue dei martiri caduti nel secolo scorso mentre annunciavano il Vangelo in Viêt Nâm. “I martiri - osservava - ci hanno insegnato a dire di sì: un sì senza condizioni e limiti all’amore del Signore; ma anche un no alle lusinghe, ai compromessi, all’ingiustizia, magari con lo scopo di salvare la propria vita” (ibid. pp. 139-140). Ed aggiungeva che non si trattava di eroismo, ma di fedeltà maturata volgendo lo sguardo a Gesù, modello di ogni testimone e di ogni martire. Un’eredità da accogliere ogni giorno in una vita piena di amore e di mitezza.

4. Nel porgere l’ultimo saluto a questo eroico araldo del Vangelo di Cristo, ringraziamo il Signore per averci dato in lui un esempio luminoso di coerenza cristiana sino al martirio. Ha affermato di sé con impressionante semplicità: “Nell’abisso delle mie sofferenze … non ho mai cessato di amare tutti, non ho escluso nessuno dal mio cuore” (ibid. p. 124).

Il suo segreto era una indomita fiducia in Dio, alimentata dalla preghiera e dalla sofferenza accettata con amore. In carcere celebrava ogni giorno l’Eucarestia con tre gocce di vino e una goccia d’acqua nel palmo della mano. Era questo il suo altare, la sua cattedrale. Il Corpo di Cristo era la sua “medicina”. Raccontava con commozione: “Ogni volta avevo l’opportunità di stendere le mani e di inchiodarmi sulla Croce con Gesù, di bere con lui il calice più amaro. Ogni giorno recitando le parole della consacrazione, confermavo con tutto il cuore e con tutta l’anima un nuovo patto, un patto eterno fra me e Gesù, mediante il suo sangue mescolato al mio” (ibid. p. 168).

5. “Mihi vivere Christus est” (Fil 1,21).Fedele sino alla morte, il Cardinale Nguyên Van Thuân ha fatto sua l’espressione dell’apostolo Paolo che poc’anzi abbiamo ascoltato. Ha conservato la serenità e persino la gioia anche durante la lunga e sofferta degenza ospedaliera. Negli ultimi giorni, quando ormai era incapace di parlare, rimaneva con lo sguardo fisso al Crocifisso che gli stava di fronte. Pregava in silenzio, mentre consumava il suo estremo sacrificio a coronamento di una esistenza segnata dall’eroica configurazione a Cristo sulla Croce. A lui ben si adattano le parole proclamate da Gesù nell’imminenza della sua Pasqua: “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24).

Solo con il sacrificio di se stesso, il cristiano contribuisce alla salvezza del mondo. È stato così per il nostro venerato Fratello Cardinale. Egli ci lascia, ma resta il suo esempio. La fede ci assicura che non è morto, ma è entrato nel giorno eterno che non conosce tramonto.

6. “Santa Maria … prega per noi … nell’ora della nostra morte”. In prigione, quando gli era impossibile pregare, ricorreva a Maria: “Madre, tu vedi che sono all’estremo limite, non riesco a recitare nessuna preghiera. Allora, … mettendo tutto nelle tue mani, ripeterò semplicemente: “Ave Maria!” (ibid. p. 253).

Nel testamento spirituale, dopo aver chiesto perdono, il compianto Cardinale assicura di continuare ad amare tutti. “Sono sereno di partire, egli afferma, e non conservo odio per nessuno. Offro tutte le sofferenze che ho passato a Maria Immacolata e a San Giuseppe”.

Il testamento si chiude con una triplice raccomandazione: “Amate la Vergine Santa e abbiate fiducia in San Giuseppe, siate fedeli alla Chiesa, siate uniti e siate caritatevoli verso tutti”. C’è qui in sintesi la sua stessa esistenza.

Possa egli essere accolto ora, insieme a Giuseppe ed a Maria, a contemplare nella gioia del Paradiso il volto glorioso di Cristo, che sulla terra ha ardentemente cercato come sua unica speranza.

Amen!

© Copyright 2002 - Libreria Editrice Vaticana

DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
AGLI OFFICIALI E AI COLLABORATORI
DEL PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE
IN OCCASIONE DEL 5°ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL CARDINALE FRANÇOIS-XAVIER NGUYÊN VAN THUÂN

Sala del Concistoro, Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo
Lunedì, 17 settembre 2007

Signor Cardinale,

venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

cari fratelli e sorelle!

Rivolgo un cordiale benvenuto a tutti di voi, riuniti per far memoria del carissimo Card. François-Xavier Nguyên Van Thuân, che il Signore ha chiamato a sé il 16 settembre di cinque anni fa. Sono trascorsi cinque anni, ma è ancora viva nella mente e nel cuore di quanti l’hanno conosciuto la nobile figura di questo fedele servitore del Signore. Anch’io conservo non pochi personali ricordi degli incontri che ho avuto con lui durante gli anni del suo servizio qui, nella Curia Romana.

Saluto il Signor Cardinale Renato Raffaele Martino e il Vescovo Mons. Giampaolo Crepaldi, rispettivamente Presidente e Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, insieme ai loro collaboratori. Saluto i membri della Fondazione San Matteo istituita in memoria del Cardinale Van Thuân, dell’Osservatorio Internazionale, che porta il suo nome, creato per la diffusione della dottrina sociale della Chiesa, come pure i parenti e gli amici del defunto Cardinale. Al Signor Cardinale Martino esprimo sentimenti di viva gratitudine anche per le parole che ha voluto rivolgermi a nome dei presenti.

Colgo volentieri l’occasione per porre in luce, ancora una volta, la luminosa testimonianza di fede che ci ha lasciato questo eroico Pastore. Il Vescovo Francesco Saverio – così egli amava presentarsi – è stato chiamato alla casa del Padre nell’autunno del 2002, dopo una lungo periodo di sofferta malattia affrontata nel totale abbandono alla volontà di Dio. Qualche tempo prima era stato nominato dal mio venerato predecessore Giovanni Paolo II Vicepresidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace di cui divenne poi Presidente, avviando la pubblicazione del Compendio della dottrina sociale della Chiesa. Come dimenticare gli spiccati tratti della sua semplice ed immediata cordialità? Come non porre in luce la capacità che egli aveva di dialogare e di farsi prossimo di tutti? Lo ricordiamo con tanta ammirazione, mentre ci tornano in mente le grandi visioni, colme di speranza, che lo animavano e che egli sapeva proporre in modo facile e avvincente; il suo fervoroso impegno per la diffusione della dottrina sociale della Chiesa tra i poveri del mondo, l’anelito per l’evangelizzazione nel suo Continente, l’Asia, la capacità che aveva di coordinare le attività di carità e di promozione umana che promuoveva e sosteneva nei posti più reconditi della terra.

Il Cardinale Van Thuân era un uomo di speranza, viveva di speranza e la diffondeva tra tutti coloro che incontrava. Fu grazie a quest’energia spirituale che resistette a tutte le difficoltà fisiche e morali. La speranza lo sostenne come Vescovo isolato per 13 anni dalla sua comunità diocesana; la speranza lo aiutò a intravedere nell’assurdità degli eventi capitatigli – non fu mai processato durante la sua lunga detenzione – un disegno provvidenziale di Dio. La notizia della malattia, il tumore, che lo condusse poi alla morte, gli giunse quasi assieme alla nomina a Cardinale da parte del Papa Giovanni Paolo II, che nutriva nei suoi confronti grande stima ed affetto. Amava ripetere il Cardinale Van Thuân che il cristiano è l’uomo dell’ora, dell’adesso, del momento presente da accogliere e vivere con l’amore di Cristo. In questa capacità di vivere l’ora presente traspare l’intimo suo abbandono nelle mani di Dio e la semplicità evangelica che tutti abbiamo ammirato in lui. E’ forse possibile – si chiedeva – che chi si fida del Padre celeste rifiuti poi di lasciarsi stringere tra le sue braccia?

Cari fratelli e sorelle ho accolto con intima gioia la notizia che prende avvio la Causa di beatificazione di questo singolare profeta della speranza cristiana e, mentre ne affidiamo al Signore l’anima eletta, preghiamo perché il suo esempio sia per noi di valido insegnamento. Con tale auspicio di cuore tutti vi benedico.

LETTERA ENCICLICA SPE SALVI

DEL SOMMO PONTEFICE BENEDETTO XVI

AI VESCOVI, AI PRESBITERI E AI DIACONI
ALLE PERSONE CONSACRATE E A TUTTI I FEDELI LAICI

SULLA SPERANZA CRISTIANA

  1. Affinché la preghiera sviluppi questa forza purificatrice, essa deve, da una parte, essere molto personale, un confronto del mio io con Dio, con il Dio vivente. Dall’altra, tuttavia, essa deve essere sempre di nuovo guidata ed illuminata dalle grandi preghiere della Chiesa e dei santi, dalla preghiera liturgica, nella quale il Signore ci insegna continuamente a pregare nel modo giusto. Il Cardinale Nguyen Van Thuan, nel suo libro di Esercizi spirituali, ha raccontato come nella sua vita c’erano stati lunghi periodi di incapacità di pregare e come egli si era aggrappato alle parole di preghiera della Chiesa: al Padre nostro, all’Ave Maria e alle preghiere della Liturgia [27]. Nel pregare deve sempre esserci questo intreccio tra preghiera pubblica e preghiera personale. Così possiamo parlare a Dio, così Dio parla a noi. In questo modo si realizzano in noi le purificazioni, mediante le quali diventiamo capaci di Dio e siamo resi idonei al servizio degli uomini. Così diventiamo capaci della grande speranza e così diventiamo ministri della speranza per gli altri: la speranza in senso cristiano è sempre anche speranza per gli altri. Ed è speranza attiva, nella quale lottiamo perché le cose non vadano verso « la fine perversa ». È speranza attiva proprio anche nel senso che teniamo il mondo aperto a Dio. Solo così essa rimane anche speranza veramente umana.

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[27] Testimoni della speranza, Città Nuova 2000, 156s.

ESORTAZIONE APOSTOLICA
GAUDETE ET EXSULTATE

DEL SANTO PADRE FRANCESCO
SULLA CHIAMATA ALLA SANTITÀ NEL MONDO CONTEMPORANEO

  1. A volte la vita presenta sfide più grandi e attraverso queste il Signore ci invita a nuove conversioni che permettono alla sua grazia di manifestarsi meglio nella nostra esistenza «allo scopo di farci partecipi della sua santità» (Eb 12,10). Altre volte si tratta soltanto di trovare un modo più perfetto di vivere quello che già facciamo: «Ci sono delle ispirazioni che tendono soltanto ad una straordinaria perfezione degli esercizi ordinari della vita cristiana».[15] Quando il Cardinale Francesco Saverio Nguyên Van Thuân era in carcere, rinunciò a consumarsi aspettando la liberazione. La sua scelta fu: «vivo il momento presente, colmandolo di amore»; e il modo con il quale si concretizzava questo era: «afferro le occasioni che si presentano ogni giorno, per compiere azioni ordinarie in un modo straordinario».[16]

ESORTAZIONE APOSTOLICA POST-SINODALE
CHRISTUS VIVIT

DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI GIOVANI E A TUTTO IL POPOLO DI DIO

  1. È chiaro che la Parola di Dio ti invita a vivere il presente, non solo a preparare il domani: «Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,34). Questo però non significa lanciarsi in una dissolutezza irresponsabile che ci lascia vuoti e sempre insoddisfatti, bensì vivere pienamente il presente, usando le energie per cose buone, coltivando la fraternità, seguendo Gesù e apprezzando ogni piccola gioia della vita come un dono dell’amore di Dio.
  2. 148. A questo proposito, vorrei ricordare che il Cardinale Francesco Saverio Nguyên Van Thuân, quando fu imprigionato in un campo di concentramento, non volle che i suoi giorni consistessero soltanto nell’attendere e sperare un futuro. Scelse di «vivere il momento presente riempiendolo d’amore»; e il modo in cui lo realizzava era questo: «Afferro le occasioni che si presentano ogni giorno, per compiere azioni ordinarie in un modo straordinario».[78] Mentre lotti per realizzare i tuoi sogni, vivi pienamente l’oggi, donalo interamente e riempi d’amore ogni momento. Perché è vero che questo giorno della tua giovinezza può essere l’ultimo, e allora vale la pena di viverlo con tutto il desiderio e con tutta la profondità possibili.

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 12 settembre 2018 in Piazza San Pietro

Catechesi sui Comandamenti: 8. Il giorno del riposo, profezia di liberazione

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nella catechesi di oggi torniamo ancora sul terzo comandamento, quello sul giorno del risposo. Il Decalogo, promulgato nel libro dell’Esodo, viene ripetuto nel libro del Deuteronomio in modo pressoché identico, ad eccezione di questa Terza Parola, dove compare una preziosa differenza: mentre nell’Esodo il motivo del riposo è la benedizione della creazione, nel Deuteronomio, invece, esso commemora la fine della schiavitù. In questo giorno lo schiavo si deve riposare come il padrone, per celebrare la memoria della Pasqua di liberazione.

Gli schiavi, infatti, per definizione non possono riposare. Ma esistono tanti tipi di schiavitù, sia esteriore che interiore. Ci sono le costrizioni esterne come le oppressioni, le vite sequestrate dalla violenza e da altri tipi di ingiustizia. Esistono poi le prigionie interiori, che sono, ad esempio, i blocchi psicologici, i complessi, i limiti caratteriali e altro. Esiste riposo in queste condizioni? Un uomo recluso o oppresso può restare comunque libero? E una persona tormentata da difficoltà interiori può essere libera?

In effetti, ci sono persone che, persino in carcere, vivono una grande libertà d’animo. Pensiamo, ad esempio, a San Massimiliano Kolbe, o al Cardinale Van Thuân, che trasformarono delle oscure oppressioni in luoghi di luce. Come pure ci sono persone segnate da grandi fragilità interiori che però conoscono il riposo della misericordia e lo sanno trasmettere. La misericordia di Dio ci libera. E quando tu ti incontri con la misericordia di Dio, hai una libertà interiore grande e sei anche capace di trasmetterla. Per questo è tanto importante aprirsi alla misericordia di Dio per non essere schiavi di noi stessi.

Che cos’è dunque la vera libertà? Consiste forse nella libertà di scelta? Certamente questa è una parte della libertà, e ci impegniamo perché sia assicurata ad ogni uomo e donna (cfr. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 73). Ma sappiamo bene che poter fare ciò che si desidera non basta per essere veramente liberi, e nemmeno felici. La vera libertà è molto di più.

Infatti, c’è una schiavitù che incatena più di una prigione, più di una crisi di panico, più di una imposizione di qualsiasi genere: è la schiavitù del proprio ego.[1] Quella gente che tutta la giornata si specchia per vedere l’ego. E il proprio ego ha una statura più alta del proprio corpo. Sono schiavi dell’ego. L’ego può diventare un aguzzino che tortura l’uomo ovunque sia e gli procura la più profonda oppressione, quella che si chiama “peccato”, che non è banale violazione di un codice, ma fallimento dell’esistenza e condizione di schiavi (cfr. Gv 8,34).[2] Il peccato è, alla fine, dire e fare ego. “Io voglio fare questo e non mi importa se c’è un limite, se c’è un comandamento, neppure mi importa se c’è l’amore”.

L’ego, per esempio, pensiamo nelle passioni umane: il goloso, il lussurioso, l’avaro, l’iracondo, l’invidioso, l’accidioso, il superbo – e così via – sono schiavi dei loro vizi, che li tiranneggiano e li tormentano. Non c’è tregua per il goloso, perché la gola è l’ipocrisia dello stomaco, che è pieno ma ci fa credere che è vuoto. Lo stomaco ipocrita ci fa golosi. Siamo schiavi di uno stomaco ipocrita. Non c’è tregua per il goloso e il lussurioso che devono vivere di piacere; l’ansia del possesso distrugge l’avaro, sempre ammucchiano soldi, facendo male agli altri; il fuoco dell’ira e il tarlo dell’invidia rovinano le relazioni. Gli scrittori dicono che l’invidia fa venire giallo il corpo e l’anima, come quando una persona ha l’epatite: diventa gialla. Gli invidiosi hanno gialla l’anima, perché mai possono avere la freschezza della salute dell’anima. L’invidia distrugge. L’accidia che scansa ogni fatica rende incapaci di vivere; l’egocentrismo – quell’ego di cui parlavo – superbo scava un fosso fra sé e gli altri.

Cari fratelli e sorelle, chi è dunque il vero schiavo? Chi è colui che non conosce riposo? Chi non è capace di amare! E tutti questi vizi, questi peccati, questo egoismo ci allontanano dall’amore e ci fanno incapaci di amare. Siamo schiavi di noi stessi e non possiamo amare, perché l’amore è sempre verso gli altri.

Il terzo comandamento, che invita a celebrare nel riposo la liberazione, per noi cristiani è profezia del Signore Gesù, che spezza la schiavitù interiore del peccato per rendere l’uomo capace di amare. L’amore vero è la vera libertà: distacca dal possesso, ricostruisce le relazioni, sa accogliere e valorizzare il prossimo, trasforma in dono gioioso ogni fatica e rende capaci di comunione. L’amore rende liberi anche in carcere, anche se deboli e limitati.

Questa è la libertà che riceviamo dal nostro Redentore, il Signore nostro Gesù Cristo.

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[1] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1733: «La scelta della disobbedienza e del male è un abuso della libertà e conduce alla schiavitù del peccato».
[2] Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 1739: «La libertà̀ dell’uomo è finita e fallibile. Di fatto, l’uomo ha sbagliato. Liberamente ha peccato. Rifiutando il disegno d’amore di Dio, si è ingannato da sé; è divenuto schiavo del peccato. Questa prima alienazione ne ha generate molte altre. La storia dell’umanità, a partire dalle origini, sta a testimoniare le sventure e le oppressioni nate dal cuore dell’uomo, in conseguenza di un cattivo uso della libertà».

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALLA SESSIONE DI CHIUSURA DELLA FASE DIOCESANA
DEL PROCESSO DI BEATIFICAZIONE DEL SERVO DI DIO  CARDINALE FRANÇOIS XAVIER NGUYEN VAN THUAN

Sabato, 6 luglio 2013 – Sala Clementina

Venerati Fratelli,

cari fratelli e sorelle,

sono contento di incontrarvi e vi do il mio cordiale benvenuto. Saluto con affetto il Cardinale Peter Turkson, e lo ringrazio per le sue parole. Saluto il Cardinale Law e saluto tutti voi, che siete venuti da tante parti del mondo in occasione della chiusura della fase diocesana della causa del Servo di Dio Cardinale Francesco Saverio Nguyên Van Thuân.

Cari amici, la vostra gioia è anche la mia gioia! Rendiamo grazie a Dio!

E ringraziamo anche tutti coloro che si sono impegnati in questo servizio che è per la gloria di Dio e il suo Regno: il Postulatore della causa, Dottor Waldery Hilgeman e i suoi collaboratori, il Tribunale Diocesano e l’Ufficio competente del Vicariato, la Commissione Storica, e lo stesso Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, dove il ricordo del Cardinale Van Thuân, testimone della speranza, è sempre vivo ed è più che un ricordo, è una presenza spirituale che continua a portare la sua benedizione.

In effetti, sono molte le persone che possono testimoniare di essere state edificate dall’incontro con il Servo di Dio Francesco Saverio Nguyên Van Thuân, nei diversi momenti della sua vita. L’esperienza dimostra che la sua fama di santità si è diffusa proprio attraverso la testimonianza di tante persone che lo hanno incontrato e conservano nel cuore il suo sorriso mite e la grandezza del suo animo.

Molti lo hanno conosciuto anche attraverso i suoi scritti, semplici e profondi, che mostrano il suo animo sacerdotale, profondamente unito a Colui che lo aveva chiamato ad essere ministro della sua misericordia e del suo amore.

Tante persone hanno scritto raccontando grazie e segni attribuiti all’intercessione del Servo di Dio Cardinale Van Thuân. Ringraziamo il Signore per questo venerato Fratello, figlio dell’Oriente, che ha concluso il suo cammino terreno al servizio del Successore di san Pietro.

Affidiamo all’intercessione della Vergine Maria il proseguimento di questa causa, come pure di tutte le altre che sono attualmente in corso. La Madonna ci aiuti a vivere sempre di più nella nostra vita la bellezza e la gioia della comunione con Cristo.

A tutti voi e ai vostri cari imparto di cuore la mia Benedizione. Grazie.

DECRETO SULLE VIRTÙ

          «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12, 24).

Cadere in terra e morire, non è dunque solo la via per portare frutto, ma anche per “salvare la propria vita”, cioè per continuare a vivere! Questa consegna, assunta dal Servo di Dio François Xavier Nguyên Van Thuân, esprime con efficacia il percorso della sua vita.

Fin da piccolo il Servo di Dio scelse come modelli di vita tre santi: Santa Teresa di Lisieux, dalla quale apprese “la via dell’infanzia spirituale”; San Giovanni Maria Vianney, che gli insegnò le virtù dell’umiltà, della pazienza e il valore dello sforzo tenace; e San Francesco Saverio, il grande apostolo dell’Asia, da cui imparò l’indifferenza davanti al successo o al fallimento.

Benedetto XVI, in modo solenne agli occhi del mondo, ha dedicato un omaggio al Servo di Dio nella sua Lettera enciclica Spe salvi, in cui lo indica come esempio da seguire nella preghiera, particolarmente quando ci si trova in uno stato di disperazione apparentemente totale, tale da non lasciar presagire una via d’uscita. Questa fu la condizione del Servo di Dio negli interminabili anni della sua prigionia, durante i quali, però, «l’ascolto di Dio, il poter parlargli, divenne per lui una crescente forza di speranza, che dopo il suo rilascio gli consentì di diventare per gli uomini in tutto il mondo un testimone della speranza – di quella grande speranza che anche nelle notti della solitudine non tramonta» (Lettera enciclica Spe salvi, n. 32).

La testimonianza di fede, speranza e carità del Servo di Dio, che si è profusa, giorno dopo giorno, con umiltà e discrezione, è un costante invito alla santità collettiva, che trova la sua massima espressione nella fedeltà a Dio e nell’aiuto reciproco nel percorrere il cammino di santità.

Il Servo di Dio era dotato di un’intelligenza fuori dal comune e aveva grande facilità di parola e di scrittura. La sua vocazione è stata quella di un pastore di anime, che spende tutte le sue energie per il bene della Chiesa, della pace e della giustizia. Ebbe l’onore di predicare gli esercizi spirituali a San Giovanni Paolo II e alla Curia Romana nel 2000. Fu creato cardinale da Giovanni Paolo II nel concistoro del 21 febbraio 2001, con il titolo di cardinale diacono di Santa Maria della Scala. Lo stesso Pontefice chiese al Servo di Dio di preparare il Compendio della dottrina sociale della Chiesa: il Card. Van Thuân formò una Commissione di lavoro attorno al progetto affidatogli, partecipò assiduamente alle riunioni, animò, incoraggiò. Con la sua mitezza e sapienza, aiutò a superare momenti di stallo e di asperità nel cammino che si rivelò più lungo del previsto. Si spense serenamente il 16 settembre 2002, in seguito ad una lunga malattia, circondato da una vasta e solidissima fama di santità.

Il 22 ottobre 2010 si procedeva con la solenne apertura della sua Causa di beatificazione e canonizzazione presso il Palazzo Apostolico Lateranense. La chiusura dell’Inchiesta diocesana ebbe luogo il 5 luglio 2013. La sua validità giuridica è stata riconosciuta da questa Congregazione delle Cause dei Santi con decreto del 22 novembre 2013. Preparata la Positio, si è discusso, secondo la consueta procedura, se il Servo di Dio abbia esercitato in grado eroico le virtù. Il 13 dicembre 2016 ha avuto luogo, con esito positivo, il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi. I Padri Cardinali e Vescovi nella Sessione Ordinaria del 2 maggio 2017, presieduta da me, Card. Angelo Amato, S.D.B., hanno riconosciuto che il Servo di Dio ha esercitato in grado eroico le virtù teologali, cardinali ed annesse.

Sottoposta infine al Sommo Pontefice Francesco accurata relazione di tutto ciò per il tramite del sottoscritto Cardinale Prefetto, Sua Santità, accogliendo i voti della Congregazione delle Cause dei Santi e ratificandoli, nel giorno odierno dichiarò: Constano le virtù teologali di Fede, Speranza e Carità sia verso Dio sia verso il prossimo e altresì le virtù cardinali di Prudenza, Giustizia, Temperanza e Fortezza, e le altre virtù annesse, in grado eroico, del Servo di Dio Francesco Saverio Nguyên Van Thuân, Cardinale di Santa Romana Chiesa, in caso e ad effetto di cui trattasi.

Il Sommo Pontefice ordinò che tale decreto venisse pubblicato e riportato tra gli atti della Congregazione delle Cause dei Santi.

Dato a Roma, il 4 maggio 2017

ANGELUS Card. AMATO, S.D.B.
Praefectus

† MARCELLUS BARTOLUCCI
Archiepiscopus tit. Mevaniensis
a Secretis

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